Morire sul ghiaccio

di Marco Depaoli

La morte sul ghiaccio di Zholtok ha lasciato sgomenti milioni di appassionati in tutto il mondo. Purtroppo non possiamo dire che sarà l’ultimo caso, ma di certo non è il primo: negli ultimi anni casi analoghi si sono già verificati in più di un’occasione, che un giocatore trovi la morte nel pieno della sua attività, nel fiore della sua giovinezza, per episodi tutt’altro che chiari.
È ancora nel ricordo di molti la vicenda e il ciclone di polemiche che si sollevarono attorno alla morte del canadese Stephane Morin (nella foto), centro nativo di Montreal con a curriculum 5 stagioni trascorse in National Hockey League (dall’89 al ’94) con la maglia dei Nordiques e dei Canucks. Quel martedì 6 ottobre 1998 Stephane Morin aveva 29 anni, i suoi Berlin Capitals, non esaltanti alle prime uscite in Del, sfidavano per la settima giornata i Ravier Löwen Oberhausen. Al 4’14 del terzo tempo i Capitals allenati dall’ex coach della Nazionale italiana Dale Allen McCourt (l’indiano vecchia gloria di Asiago, Gardena, Ambrì e Berna) segnano la rete del 3-0. A realizzarla è proprio Stephane Morin che festeggia con i compagni, torna in panchina per concedere il cambio, si siede, si accascia su se stesso e muore. Inutili i soccorsi: insufficienza cardiaca.
La tragedia si consuma in un periodo particolare per lo sport. L’ombra del doping avvolge un po’ tutte le discipline e l’ultimo caso di squalifica con l’accusa di assunzione di sostanze proibite è proprio rivolta ed un giocatore di hockey, della nazionale italiana, Mike De Angelis, squalificato tre mesi assieme al pattinatore di velocità Davide Carta. Il medico sportivo tedesco Willi Heepe, che ha in mano diversi casi di morti tedesche avvenute in ambito sportivo, è su questa pista ma la verità sulla morte di Morin non si saprà mai.
Due mesi dopo un altro giallo, questa volta in Svizzera. La mattina del 2 dicembre 1998 alcuni dirigenti dello Zurigo trovano il cadavere di un loro giocatore, Chad Silver, svizzero-canadese, 423 partite in Lega Nazionale, 388 punti, disteso nel proprio letto in un appartamento di Oerlikon. Anche lui aveva 29 anni, anche lui, secondi i medici, scoppiava di salute con i suoi 187 cm per 90 kg. Anche lui, secondo l’autopsia dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Zurigo-Irchel, deceduto per insufficienza cardiaca acuta. Com’è stato possibile, per un professionista sottoposto a mille visite mediche? Per un ragazzo che, secondo allenatori e compagni di squadra, non assumeva alcun tipo di droga e ad un recentissimo controllo antidoping era risultato negativo? Ma questa volta nessuno parla di doping, si punta invece il dito contro le cariche “pesanti” (stiamo parlando della Svizzera, probabilmente il campionato meno “fisico” del mondo) perché si ipotizza la tragedia come conseguenza di una carica (avvenuta due giorni prima) del robusto difensore del Davos Beat Equilino. Silver dopo il bodycheck del grigionese (veemente, ma assolutamente corretto) rimase sul ghiaccio qualche secondo privo di conoscenza ma si riprese e, con il beneplacito dei medici, tornò subito in partita fornendo anche un assist. Il giorno dopo allenamento regolare con la vivacità di sempre, una settimana dopo il suo funerale al quale parteciparono oltre 1.500 persone.
Ma non è finita perché quel tragico inverno del 1998, in una lega minore tedesca durante l’incontro Straubing-Selb, il ceco Jaroslav Hauer muore sul ghiaccio per arresto cardiaco, aveva 36 anni. Era il 27 dicembre, due giorni dopo Natale.
Casi assolutamente slegati tra loro, ai quali possiamo aggiungere, sempre rimanendo nell’hockey, la scomparsa dell’ucraino di Kharkov, Alexander Osadchy, terzino anch’esso 29enne del CSKA di Mosca, morto nel novembre del 1996 per insufficienza cardiaca nel letto di casa sua.
Tragedie come quella di Zholtok lasciano sgomento per come un professionista, un ragazzo apparente sano e forte, per quanto militi nelle più controllate e opulente leghe del mondo (Nhl, Del, Lna o Superleague russa) e per quanto possa essere monitorato dalle migliori équipe mediche sportive e “braccato” da innumerevoli controlli antidoping, possa da un momento all’altro anche morire sul ghiaccio, improvvisamente, senza un’apparente motivazione, davanti a migliaia di spettatori, o nel letto di casa propria poche ore dopo una normalissima manifestazione sportiva, una routine. La medicina sportiva non è ancora infallibile.

Tags: