Il punto di Martin Pavlu – Lega, pubblico e spettacolo

HockeyTime: In questi giorni è nata la Lega Hockey Italiana quali dovrebbero essere le priorità?

Martin Pavlu: La lega dovrebbe preoccuparsi per primo della scarsa affluenza negli stadi, che poi è una costante ormai da anni. Ma per questo si dovrebbe dare spazio a persone nuove per portare delle nuove idee e questo non mi sembra di facile attuazione. C’è poi il problema degli stadi, che in gran parte non sono più all’altezza della situazione. Sono freddi, scomodi, mancano i servizi, andavano bene 20 anni fa ma non oggi. Ci vorrebbe un piano pluriennale. Basterebbe prendere uno straniero in meno e spendere i soldi per la promozione della squadra, magari dando cosi la possibilità a un giovane di giocare e fare esperienza, anche perché non mi sembra che siano arrivati molti stranieri che ti lasciano a bocca aperta quando li vedi giocare. I giovani sono il futuro. Certo fare degli stadi in posti con la possibilità di avere più pubblico non sarebbe una brutta cosa. Prendiamo il Fassa che potrebbe giocare a Trento finché non arrivano i turisti in valle e poi spostarsi (è solo un esempio). Le società facendo la lega devono collaborare molto di più di prima, ne va del bene di tutti quanti, dovranno mettere da parte quelli che sono i loro rancori passati e stimolarsi a vicenda a fare di più per la sopravvivenza di questo sport.

HT: Facciamo degli esempi ti va? Mi dicevi ad esempio dei Red Wings raccontando un aneddoto…….

MP: Anni fa a Detroit dopo una partita dei Detroit Red Wing sono andato a cena con i responsabili della squadra. Ad un certo punto ho chiesto a uno di loro quanto fosse stato l’incasso della partita visto che c’ erano stati più di 20.000 persone ad assistere alla gara. La sua risposta è stata più che interessante: “Abbiamo incassato 400.000 $ con la vendita dei biglietti e altri 400.000 $ con quello che abbiamo venduto all’interno dello stadio.” Praticamente con Ristoranti, Fast food, Hamburger, patatine, Pizze e Gadget vari della squadra!!
Preciso che questo episodio è accaduto ben dodici anni fa. Un’altra cosa importante, la partita è durata quasi tre ore e non le due ore e 10 come da noi. Durante l’ evento vengono fatti dei giochi e altre cose simpatiche. Alle partite sono presenti famiglie, giovani, vecchi e bambini tutti a fare festa, perché alla fine e quello che è una partita di hockey.

HT: Secondo te su quale tipologia di pubblico si dovrebbe puntare per iniziare? Sul ritorno dei vecchi tifosi o sulla ricerca di nuove leve?

MP: L’hai detto tu, su tutti e due, sui vecchi che comunque sono affezionati ma non vengono più alla stadio e sui giovani, perché si organizzino in gruppi e riportano il tifo (sportivo) allo stadio. Importanti sono in questo caso i settori giovanili, più bambini hai più persone coinvolgi (genitori, nonni ecc.). Tutti questi sono tuoi clienti e possono diventare soci, spettatori e perché no sponsor e dirigenti.
Noi siamo sempre stati bravi a dimenticare tutti coloro che hanno giocato in passato. Troppi, una volta finita la carriera agonistica, si sono allontanati dall’hockey. Tutte queste persone hanno un’esperienza impagabile e dovrebbe essere sfruttata a tutti i livelli.
Questo è solo un esempio di cosa bisognerebbe fare bene.

HT: E allora facciamo un esempio vuoi? Diciamo che tu sei il presidente di una società italiana di serie A con del capitale da investire. Tu nello specifico cosa faresti per cercare di riportare il pubblico?

MP: Cosa farei? Non investirei nell’hockey.
Scherzi a parte, partiamo dal presupposto che noi non siamo in America dove si fa tutto per il Dio BUSINESS. In America non esisterebbe un campionato come il nostro per più di due anni. Il loro concetto è molto semplice; se non si guadagna si vende o si chiude.
– perciò noi dobbiamo non rimetterci
– non rimettendoci non scappano i soci, che in caso contrario non trovi più
– rispettare i preventivi di bilancio
– creare uno staff di persone competenti, dal direttore sportivo, allenatori, magazziniere, massaggiatori, dottori…
– riuscire a coinvolgere più persone possibili
– ingaggiare allenatori bravi specialmente per i settori giovanili
– tenerli per più di 6 mesi, devono lavorare almeno 11 mesi (come tutti gli altri lavoratori)
– creare cosi uno staff che lavora insieme
– darei più spazio ai giovani facendoli allenare come si deve, facendoli vedere la strada giusta creando attorno all’hockey un clima di positività, chi non vuole fare parte di una cosa che funziona? una cosa che ti da fiducia? lavorare con gente competente?
– se tu fai vedere che sei più bravo degli altri anche i giovani vorranno venire a giocare per te.
– invece di prendere 7 stranieri così – così, cercherei di prenderli più bravi e non cosi tanti (non dico che sia facile)
– tenere anche loro per più di una stagione
– coinvolgere i vecchi giocatori
– bisognerebbe dare la possibilità ai giovani anche di imparare un mestiere attraverso l’hockey per tutti quelli che forse non riusciranno e per quelli che un giorno smetteranno, qui c’è il bisogno delle istituzioni politiche.
– lo stadio deve essere un punto d’incontro per tutti: bar, ristorante, sala giochi e altro. Deve essere la seconda casa.
– Farei un campionato estivo, così giocano tutti di più e l’hockey viene promosso anche d’estate nei luoghi di villeggiatura, si trovano sempre delle persone che si possono contattare o avvicinare o no?
– cercherei di coinvolgere la scuola, se possibile farei delle classi con soli giocatori di hockey che così vengono aiutati nei loro studi, a me quando andavo a scuola un giorno mi dissero: “Pavlu scelga cosa vuole fare, hockey o scuola”. Grande errore, bisogna aiutare chi è bravo nello sport e non andarli contro e metterlo in difficoltà.
– Comprerei i giornalisti! cosi scrivono sempre bene ah, ah…
– Vorrei che la mia società fosse da esempio per tutti e così anche gli altri verrebbero spronati a dare di più!
– andrei all’estero per copiare gli altri, c’è sempre da imparare
– Infine avrei molta pazienza, non si fa una cosa così in un anno… ma se si vuole provare a fare un progetto del genere bisogna avere pazienza e un sogno da “sognare”.

Queste sono alcune cose che si possono provare a fare, importante è provare a farle

HT: Già capitolo spettacolo, in particolare sul ghiaccio. Si è parlato tanto di questa nuova “tolleranza zero” ed ognuno ha detto la sua. Io sono curioso di sentire la tua opinione in merito

MP: Bene, la tolleranza zero è solo una conseguenza di anni dove non veniva più applicato il regolamento. Il regolamento è uguale a quello di due, tre, dieci anni fa e parla chiaro, niente bastonate, niente trattenute… Il problemino è un altro. C’è chi fischia con buon senso e cerca di essere costante e avere una linea e c’è chi fischia tutto anche le cariche corrette e quando i giocatori si guardano male. C’è bisogno di unificare i giudizi, certo i falli vanno sanzionati ma per arbitrare bene bisogna essere preparato, seguito, aiutato dai 2 arbitri di linea, documentato (video delle partite) e anche in ottime condizioni fisiche. In NHL funziona e vi assicuro che ci sono le cariche e anche belle dure. Il fatto secondo me è che c’è bisogno di più comunicazione fra tutti gli interessati, società e arbitri per capirsi, viviamo nell’era della comunicazione, ma a volte mi sembra che non riusciamo più a parlarci. Vengono spesi soldi per allestire le squadre, per pagare gli arbitri ma non si riesce a fare dei meeting per discutere su delle cose fondamentali.

HT: Qui però non è solo cambiato il metodo di arbitraggio ma forse anche la filosofia del gioco stesso. Si legge spesso la definizione di “Old time hockey” riferendosi ad un gioco ben più duro di quello attuale. Ora certe situazioni calde non esistono più e non penso sia solo questione di regolamento o sbaglio?

MP: Come sempre quando una cosa la lasci andare troppo c’è poi la reazione contraria. In Italia hai dovuto inventarti la patente a punti per mettere le cinture ai automobilisti.
Già in passato in Italia veniva giocato un hockey abbastanza più sporco che all’estero, infatti ogni volta che le nazionali andavano ai tornei internazionali risultavano la squadra più punita e questo da sempre. Da noi le cariche non le sanno fare in molti e questa la verità. I giocatori devono imparare a giocare con il corpo invece che con la stecca e questo non accade da un giorno all’altro. Certo gli arbitri devono anche imparare a distinguere una carica corretta da una scorretta perché non serve fischiare quando uno cade e dire tolleranza zero.
Ci vuole un po’ di buona volontà da parte di tutti. Una regola, dove io cambierei l’interpretazione è quella quando uno butta i guanti e … Per me dovrebbero dare la prima volta sempre 2+2 e solo la seconda volta espellere il giocatore e anche qui senza poi darli giornate di squalifica.