Michele Strazzabosco: una vita hockeystica piena di soddisfazioni

di Giuseppe Poli e Roberta Strazzabosco

Michele Strazzabosco, dopo gara 7 con il Renon conclusasi con il successo del campionato italiano, sesto personale, ha deciso di appendere i pattini al chiodo. Lo abbiamo incontrato nella sua Asiago per farci una chiacchierata e commentare gli oltre 20 anni di hockey professionistico. Infatti il giovane Michele ha esordito nell’hockey che conta nella lontano 1993-94 con la maglia dell’HC Asiago.

Strazzabosco Michele– La vittoria del Campionato è stato il modo migliore per chiudere la tua carriera. Hai preso questa decisione senza ripensamenti?

Senza ripensamenti. Straconvinto. A prescindere dalla vittoria finale. Poteva anche finire in modo diverso. La decisione è definitiva.

– C’è stato un momento in cui avete pensato di potercela fare?

Gli ultimi due minuti di gara sette. Non prima perché alla fine con l’Appiano è stata dura. Con il Milano è stata molto meno dura però c’era Marozzi che stava crescendo ma che non veniva da un bel periodo e se il portiere non fa il suo è difficile essere ottimisti e tranquilli. Dopo lui ha fatto il suo, anche molto bene, ma in ogni caso con il Renon è stata una serie molto equilibrata perché poi alla fine quando arrivi a gara 7 un episodio può decidere tutto è solo dopo il quarto goal abbiamo incominciato ad assaporare il successo.

– Il momento più brutto della stagione è stato l’infortunio. Hai mai pensato in quei giorni di ritirarti , oppure che cosa ti ha fatto cambiare idea?

Non ci ho proprio pensato, nel senso che l’hochey è stato l’ultimo dei miei pensieri. Ho pensato prima di tutto a stare bene. Dopo qualche mese ne abbiamo parlato in famiglia e ho deciso di continuare. 

– Hai vinto sei scudetti, cinque con l’Asiago ed uno con i Vipers Milano. Quale è stato il più bello, anche se è difficile dirlo, uno che ti ha dato qualcosa più degli altri?

Il più bello è stato il primo perché era tanti anni che lo inseguivamo. Gli altri sono belli ma hai il palato abituato. Erano troppi anni che l’Asiago ci arrivava vicino, un sogno che sembrava irraggiungibile e per questo il primo è stata una emozione forte.

– Hai giocato con sei squadre che sono diventate Campioni d’Italia. Quale è stata la più forte secondo te?

imageL’anno che ho vinto più facilmente è stato quello del Milano. Eravamo superiori rispetto agli altri. Bastava davvero poco per decidere di vincere una partita. Però la squadra più forte è stata quella dell’anno di Adam Henrich. Quell’anno è stato l’Asiago più forte di tutti i tempi. Invece la stagione di DiDomenico è stata quella dove avevamo la linea più forte della storia dell’Asiago ed aggiungo che quella è stata una delle quattro, cinque linee più forti di tutto il campionato italiano.

– Quale è stato il giocatore più forte che hai mai affrontato è quello con cui hai giocato insieme?

L’avversario più forte è stato Peter Forsberg. Ho avuto la fortuna di giocare contro avversari molto forti ma di lui mi è rimasto impresso il carisma e la classe come giocatore.
Invece il più forte compagno è stato Ulmer. Anche se all’inizio, nei primi mesi era incompreso, solo giocando insieme capisci quanto forte sia e quanto abbia dato all’Asiago.

– Ci puoi raccontare un aneddoto, una curiosità della tua lunga carriera?

Ho pagine di anedotti da raccontare. È difficile sceglierne uno ma ci provo. Primo mondiale che ho fatto in Svizzera con la Senior nel 1998, avevo 22 anni, sono finito per sbaglio, doveva arrivare Nardella, che aveva passato il turno nei playoff, in prima linea con Topatigh, Orlando, Zarillo e Bartolone, e mi ricordo che il primo ingaggio in zona, Orlando mi disse di tenere l’uomo che lui lo avrebbe vinto con successiva uscita di zona. Vinse l’ingaggio e fece uscita di zona da solo. Ora sono cambiati i valori ma stiamo parlando di squadre molto forti; infatti ai tempi affrontavamo team come la Russia, Repubblica Ceca, poi Svezia, Finlandia, Stati Uniti, Canada. Vedere uno che prima ti dice una cosa che sembra una barzelletta e poi, invece, la fa, è davvero impressionante.

image– C’è ancora spazio per l’hockey, ovviamente non giocato, nel tuo futuro?

Staccare dall’hockey in maniera completa penso che sia impossibile. Cisono troppi collegamenti che posso avere. Dall’andare a giocare con le vecchie glorie o seguire mio figlio. C’è da capire il ruolo e quando.

– Sei già andato ad allenarti con le vecchie glorie di Asiago?

No. Non sono mai andato anche perché non potevo essendo ancora in attività e quindi non era una cosa giusta da fare.

– Un ricordo piacevole che ci vorresti raccontare delle tre Continental che hai giocato?

Sicuramente il ricordo più bello è legato all’ultima edizione dove siamo arrivati al terzo posto ed è stato un gran risultato.

– Come ti immaginerai la prima partita che andrai a vedere con tutti i tuoi ex compagni sul ghiaccio e tu lì a guardare?

Vivo la situazione molto bene. Dall’hockey ho avuto tanto e penso di aver smesso nel momento giusto. E quindi sono molto tranquillo.

image– Ti aspettavi che Capitan Borrelli ti chiamasse per alzare la coppa?

No non mi è mai piaciuto alzare le coppe. Ero capitano ma un motivo per cui non l’ho più voluto fare è proprio questo. È stato un bel gesto non solo di Borrelli ma anche di Benetti. I meriti vanno divisi. Ed è stata l’unica volta in cui mi è piaciuto alzare la coppa, anche perché era l’ultima. Una chiusura con i fiocchi, è stato un momento forte.

– Come è stato entrare nell’Odegar in quella gara 7 pensando che fossero gli ultimi 60 minuti?

Non ho mai pensato a questo. Per me è stata una partita come le altre. Il momento più bello di quella gara è stato quando sono andato via dallo spogliatoio per ultimo, ed è stato il momento in cui ho capito che era finita, erano quasi le quattro di mattina.