Slovan e Kosice in finale, ma che fatica!

di Davide:

avevamo lasciato i contendenti dopo due gare con situazioni ancora aperte, ma nulla faceva pensare ad una serie così emozionante e piena di colpi di scena. Vediamo cosa è successo:
la serie tra Dukla Trencin e Slovan, remake della finale dell’anno scorso, ha vissuto momenti davvero esaltanti: il Dukla, che aveva rimontato il Martin nei quarti dallo 0-3, è stato questa volta vittima di uno strepitoso recupero dello Slovan, che si è trovato sotto 1-3 nella serie dopo la rocambolesca sconfitta casalinga all’ultimo secondo, di cui abbiamo già parlato, e le due gare perse a Trencin 3-1 e 3-0. Sprecato il primo match point a Bratislava, dove è uscito sconfitto nettamente per 5-2, la grande occasione per i giallorossi arriva in gara 6 davanti al pubblico amico: più di 6.000 spettatori pregustano l’eliminazione dei super-favoriti rivali di sempre, ma ne viene fuori una gara senza storia, vinta dallo Slovan per 4-1, con la coppia Martin Hujsa – Martin Kuľha ad imperversare nella frastornata difesa del Trencin. 3-3 nella serie ed ora vantaggio casalingo per lo Slovan: un’occasione che una squadra così esperta non può farsi sfuggire: bastano le reti di Richard Kapuš e Marek Uram per fissare il 2-0 finale che manda i campioni a difendere il loro titolo ed il Dukla a preparare l’ennesimo tentativo di riportare a Trencin il titolo che manca dal 2004. Non ci riproverà il nazionale Andrej Kollar che ha firmato per la prossima stagione coi cechi dello Zlin.

Avevamo lasciato Kosice e Skalica sul 2-0 per i biancoblu: il doppio turno casalingo è servito allo Skalica a riportare la serie in parità con due brillanti successi – 3-0 e 4-2, entrambi nel segno della linea Pálffy-Zálešák-Mikúš, con Ziggy letteralmente adorato dai tifosi e in grado di inventare numeri da NHL.
Nella durissima gara 4 in cui si infortuna e chiude la stagione Miroslav Zalesak, un’assenza destinata a pesare nello Skalica, il powerplay del Kosice fa la differenza: Gabriel Špilár, Michel Miklík e Juraj Kledrowetz puniscono uno Skalica troppo falloso e poco reattivo nelle situazioni di inferiorità.
Ma i biancoverdi non sono ancora morti e in gara 6 tirano fuori tutta la grinta per riuscire a raddrizzare uno svantaggio, subito ancora in inferiorità, prima ad opera di Stanislav Gron (pareggio di Richard Hartmann) e poi del solito implacabile Spilar. Il 2-2 non può che essere di Palffy, ma l’uomo di giornata è Juraj Mikúš, che infila Lipovsky dopo 5 minuti del terzo periodo e regala ai tifosi la gara decisiva. La festa è anche quella per Vladimír Vlk, 400 gare in Extraliga.
L’ultima partita, in una Steel Arena di Kosice strapiena, è un concentrato di emozioni: dopo un minuto è già avanti il Kosice con Jaroslav Kmiť, am lo Skalica piazza un micidiale uno-due tra il 15esimo e il 16esimo: Palffy insacca un geniale passaggio di Juraj Mikúš e poi segna deviando una conclusione dalla blu di Vlk. Il solito powerplay permette a Jaroslav Kmi di pareggiare al minuto 22, ma 20 secondi dopo Dušan Pašek rimanda avanti gli ospiti, che provano di nuovo a scappare con Peter Kocák, per il 2-4 al 24:34. I limiti di una squadra non abituata alla tensione degli appuntamenti decisivi emergono a queesto punto: ancora fioccano le penalità per i biancoverdi e in 5 contro 3 Stanislav Gron accorcia e poi al 32:05 è Ivan Droppa a segnare il 4-4 con cui si conclude il secondo periodo. Ora è la paura a attanagliare le due squadre in pista, il ritmo e lo spettacolo calano ed è chiaro che sarà un episodio a rompere l’equilibrio: episodio che si matrerializza in un tiro da lontano di Miroslav Javín al 47:15 che passa in una selva di pattini e gambali e si infila nell’angolo lontano della gabbia di un Rybar sicuramente coperto. E’ il 5-4 decisivo che sancisce la finale che tutti si aspettavano, ma che è arrivata assolutamente per vie molto più complicate del previsto. Onore allo Skalica, una squadra mai andata oltre i quarti di finale fino ad ora, che ha vissuto la sua favola e che probabilmente perderà i suoi pezzi da 90, a cominciare dal bravissimo coach Peter Oremus, troppo bravi per restare in una piccola realtà.