Anche l’hockey nel sistema doping russo

Le roventi polemiche che hanno accompagnato i mesi pre-olimpici a proposito delle accuse rivolte alla Russia di aver messo in piedi una sorta di “doping di stato” di DDR memoria, e che sono sfociate nella squalifica di molti dei migliori atleti che non saranno dunque presenti a Rio, hanno investito – e non poteva essere altrimenti – anche il mondo dell’hockey. Anzi, è stato proprio l’hockey ad essere citato come esempio più clamoroso delle dimensioni dello scandalo:

“Tutta la squadra femminile di hockey della Russia era dopata”.

sochi2014ha detto Grigori Rodchenkov, ex direttore del laboratorio anti-doping in funzione a Sochi durante le Olimpiadi invernali 2014, ora rifugiato negli Stati Uniti dopo essersi dimesso a seguito delle accuse della WADA e soprattutto dopo la morte misteriosa tra febbraio e marzo dei suoi due predecessori a capo dell’anti-doping russo Vyacheslav Sinev e Nikita Kameyev. Rodchenkov è ora la ”gola profonda” che ha dato il via all’inchiesta della WADA – l’Agenzia mondiale per la lotta al doping – risultante nelle squalifiche per Rio.

Il sistema impiantato per eludere i controlli, o meglio manipolarli, raccontato da Rodchenkov è impressionante:

“Avevamo gli uomini, i soldi, le tecnologie: eravamo pronti per Sochi, funzionavamo come un orologio svizzero”.

dice Rodchenkov nelle sue confessioni che hanno tolto il velo all’organizzazione di quello che la WADA ha definito: “il sistema del doping di stato”. Oggi Rodchenkov, insignito della medaglia al merito da Putin dopo Sochi e conosciuto come una delle massime autorità mondiali nella lotta al doping, è considerato un traditore della patria dalle autorità russe e dai media, una parte del “complotto contro lo sport russo” come ha definito l’inchiesta WADA e le conseguenti squalifiche il Ministro dello Sport Vitali Mutko.

Il racconto di Radchenkov, che chiama in causa direttamente il Ministero dello Sport ed alcuni deputati, ha dei passaggi che sembrano presi dai vecchi film di spionaggio, come quando descrive il frenetico passaggio delle provette di urina che venivano scambiate prima del controllo ufficiale attraverso un buco nel muro tra il laboratorio ufficiale e quello segreto, impiantato in un magazzino.

“Mentre le persone sugli spalti festeggiavano ed i giornalisti inseguivano gli atleti che avevano appena vinto la medaglia, noi lavoravamo come matti per scambiare le loro urine”.

ricorda Radchenkov.

2015_05_17 canada russia 207Ma come funzionava il sistema e quale era il ruolo delle autorità russe? E’ ancora Radchenkov a spiegare:

“Anni prima di Sochi abbiamo cominciato ad  elaborare un cocktail con tre sostanze dopanti  – metenolone, trenbolone and oxandrolone – che veniva mischiato a un liquore, Chivas per gli uomini e Martini per le donne. Abbiamo fatto diverse prove, molte su noi stessi, e dopo vari errori e correzioni  alla fine abbiamo trovato la combinazione perfetta: un milligrammo del cocktail per ogni millilitro di alcool. A quel punto abbiamo chiamato gli atleti e li abbiamo istruiti su come assumerlo: bisognava assaporarlo per un po’ prima di ingerirlo in modo che le mucose della bocca cominciassero già ad assorbirlo”.

Il sistema era infallibile ed i risultati, già testati ai giochi di Londra, ottimi, anche se ogni tanto gli atleti aggiungevano, all’insaputa di Radchenkov, addirittura altre sostanze che venivano quasi sempre individuate:

“Gli atleti sono come dei bambini piccoli, mettono in bocca tutto quello che gli metti in mano”

osserva l’ex capo del doping russo.

Trovato il cocktail perfetto, arrivava ora la parte più difficile, come dissimularlo nei controlli. Ed è qui che il racconto di Radchenkov diventa davvero da  film:

“Il primo problema da affrontare era quello delle provette, che a mio modo di vedere era irrisolvibile”.

RussiaLe provette in cui viene raccolta l’urina appena dopo la gara sono due, comunemente chiamate A e B: una viene analizzata immediatamente e l’altra conservata per 10 anni per eventuali controanalisi o ulteriori controlli. Le provette usate in ogni competizione sportiva sono prodotte da un’unica azienda svizzera e possiedono un tappo a chiusura ermetica con un sigillo inviolabile.

“Nel 2013 un uomo, che credo fosse un ufficiale dei servizi segreti, è venuto nella nostra sede di Mosca cominciando a fare un sacco di domande sulle provette, specialmente su come funzionasse il meccanismo di chiusura sigillante – racconta Radchenkov – e raccogliendo un sacco di questi tappi. Alcune settimane prima di Sochi, lo stesso uomo si è ripresentato da me con una delle provette aperte, ma col sigillo intatto: non potevo credere ai miei occhi, né ho mai capito come avessero fatto. Ma questa era la chiave per far funzionare il sistema”.

Durante i Giochi, ogni giorno Radchenkov riceveva dal Ministero una lista degli atleti le cui urine dovevano essere scambiate e sui quali dovevano essere pronti ad intervenire. Gli atleti mandavano ad un numero anonimo una foto delle loro provette, che sono anonime e riconoscibili da un codice, in modo da poter avere una corrispondenza. Quando riceveva un segnale che le urine erano pronte, Radchenkov indossava una divisa della squadra nazionale russa, in modo da non destare sospetti da parte delle sicurezza, gestita da una società indipendente, e nottetempo con un collega entrava in un anonimo magazzino, in realtà un laboratorio segreto. Qui, nell’oscurità totale, riceveva le urine “pulite”, raccolte mesi prima dagli stessi atleti, e trasportate in bottigliette di bibite, e le provette aperte ma con il sigillo intatto. L’urina raccolta pochi minuti prima veniva buttata e rimpiazzata da quella pulita:

“Con sale e acqua facevamo gli eventuali aggiustamenti in modo che risultassero “fresche”.

Le provette manipolate venivano poi passate nel laboratorio ufficiale, attraverso un buco nel muro camuffato da presa d’aria, nel quale venivano analizzate dallo stesso Radchenkov e risultavano, naturalmente, pulite. Più di 100 campioni di urina sono stati trattati in questo modo secondo Radchenkov, facendo sì che la Russia vincesse 33 medaglie ai Giochi di casa, proprio come nei piani originari del Ministero. Non tutti gli atleti dopati sono ovviamente arrivati all’oro. La Nazionale di hockey femminile, il cui roster è stato interamente sottoposto al cambio di urine secondo Radchenkov, si è classificata solo al sesto posto.

Fasel ReneMa ci sarebbero anche quattordici giocatori della squadra maschile, praticamente più della metà del roster, tra i nomi degli atleti coinvolti. Il presidente della IIHF René Fasel, che non aveva commentato la rivelazione, fatta qualche mese fa, sulla squadra femminile, ha invece preso una decisa posizione dopo la rivelazione sugli ultimi casi:

Vogliamo sapere i nomi, questo è sicuro” – ha detto Fasel all’agenzia russa TASS, come riportato da eurohockey – e se scopriremo che questi atleti non hanno rispettato le regole, li puniremo. Statene certi”.

Ricordiamo che lo scorso aprile, alla vigilia dei campionati del mondo U18, l’intera squadra russa era stata improvvisamente sostituita dal team U17 a poche ore dall’inizio del torneo, dopo che si erano diffusi i controlli per il famigerato meldonium, l’ormone costato due anni di squalifica a Maria Sharapova. Nelle stesse ore anche la nazionale di volley e quella di curling avevano avuto atleti rimpiazzati all’improvviso. All’epoca Sergei Sheremetiev, preparatore della squadra di salto con gli sci, aveva tranquillamente dichiarato:

“Prima che la WADA lo inserisse tra le sostanze proibite noi e i giocatori di hockey usavamo tranquillamente il meldonium”.

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