NHL : La notte di Adam Foote e Pavel Bure

Il Saturday Night targato NHL oltre al solito carico pesante di sfide e reti ha regalato emozioni vere e tangibili ai tifosi di Denver e Vancouver per un pezzo di storia con la cerimonia del ritiro delle celeberrime Jersey #52 del granitico Adam Foote (Quebec Nordiques/Colorado Avalanche) e la #10 di “The Russian RocketPavel Bure con i suoi Vancouver Canucks.

Emozioni e moltissimi volti noti (compresi gli eterni Sakic,Forsberg,Bourque e Gusarov) erano ieri sul ghiaccio del Pepsi Center di Denver dove poco prima della sfida dal sapore antico per il leggendario (St.)Patrick Roy che lo vedeva per la prima volta nei panni di head coach contro i “suoi” Canadiens (Av’s vincenti per 4-1,ndr) è stato riconosciuto il giusto tributo ad un pezzo di storia dell’hockey targato NHL per la gloriosa franchigia degli Av’s (e non solo) ed al tempo mai indimenticata Quebec con i malumori settimanali almeno dissipati (per un po’) ma conosciamo un po’ più da vicino il mitico #52.

Adam Foote,classe ’71 è originario di Toronto e come molti bimbi della sua età viene cresciuto a pane,Leafs ed hockey dedicandosi con infinito impegno e dedizione verso questo meraviglioso sport (come il suo idolo,un certo Borje Salming) iniziando subito a farsi notare nella fucina dei futuri campioncini dell’Ontario Hockey League con i Sault Ste.Marie e dopo la prima stagione arrivano già le sirene della NHL con la fatidica chiamata ai draft NHL dell’89 (al secondo giro col pick #22) dei mai dimenticati Quebec Nordiques. “Footie” dopo altre due ottime stagioni nella OHL,debutta nell’Ottobre del ’91 contro Detroit indossando senza mai staccarsi dalla casacca #52 (quale combinazione dei numeri 5 e 2 che indossava da ragazzo) in quella che sarà la sua prima casa per quattro anni e porta on-ice tutto il suo peso massimo in termini di potenza (oltre cento chili) nel render vita durissima agli scorer avversari ; nonostante una serie di infortuni più o meno gratuiti (essendo riconosciuto all’unanimità un difensore old-style) diviene parte integrante di un gruppo forgiato ad arte per essere destinato a vincere nel tempo con i vari Sakic,Forsberg e Kamensky come teammate (solo per citarne qualcuno). Quebec traballa economicamente e nel ’95 la franchigia viene trasferita a Denver diventando Colorado Avalanche ; in quell’anno una serie di incredibili mosse ed eventi portano a Mile House un certo Patrick Roy e da quel punto non ce n’è per nessuno riuscendo a portare a casa in quella stessa stagione la mitica Stanley Cup. Adam continua ad essere pilastro inamovibile del team,autentico leader per quanto concerne la difesa (con i vari Ozolinsh e Gusarov) e dopo sfide dal sapore epico contro gli odiati Red Wings,arrivano la bellezza di nove(!) titoli divisionali consecutivi vinti (dal ’94 con Quebec fino al 2003) e nel mezzo la seconda Stanley portata a casa nel 2001 assieme ad un certo Ray Bourque. Le soddisfazioni arrivano anche con la casacca canadese con l’oro olimpico vinto nel 2002 a Salt Lake City unito alle convocazioni poco fortunate di Nagano e Torino mentre nel 2004 porta a casa la World Cup di hockey. Nella stagione del lockout (2004/5) Foote si prende un anno sabbatico da dedicare alla sua famiglia ed il ritorno on-ice gli vede cambiare casacca ma l’amore tanto bello quanto fulmineo con Columbus (due annetti e mezzo con i galloni ci Capitano sul petto) lo vede ritornare nella sua Denver per gli ultimi trascorsi della sua carriera,divenendo il secondo capitano del team dopo il ritiro di Sakic nel 2009. I fasti di un tempo sono lontani ed Adam saluta tutti nell’Aprile del 2011 dopo la bellezza di 19 stagioni,1154 partite in regular season (920 con gli Av’s/Nordiques secondo solo a Sakic), 66 reti e 242 assistenze per 308 punti un ottimo +99 nel plus/minus senza dimenticare 1534’ in panca puniti mentre in post-season segna 170 uscite con 7+35 per 42 punti e 298PIM. Da quest’anno è diventato assistant-coach per quanto concerne la difesa degli Av’s e da ieri notte la jersey #52 svetta nel soffitto dell’Arena di Denver assieme a nomi che hanno reso la franchigia di Denver leggendaria a cavallo degli anni 90-2000 (Bourque #77,Roy #33,Sakic #19,Forsberg #21) senza dimenticare il proprio impegno nel sociale con la Foote Foundation con molte iniziative dedicate alla lotta (e ricerca) contro i tumori specialmente per quelli infantili.

Ci spostiamo ora alla Rogers Arena di Vancouver per il giusto tributo riservato dall’organizzazione Canucks al mitico #10 Pavel Bure apparso visibilmente emozionato per tutta la cerimonia asieme ai suoi indimenticati ex compagni Courtnall,Naslund e Larionov (teammate anche in nazionale) con menzione particolare al fighter e fratello on-ice Odijck ed a Pat Quinn suo primo coach e mentore in NHL.
Pavel Bure,moscovita classe ’71,ala sinista,inizia prestissimo ad avvicinarsi all’hockey su ghiaccio ma i primi risultati arrivano solo dopo una durissima gavetta nelle giovanili della CSKA di Mosca per via di un fisico non proprio adatto ai clismi dell’hockey sovietico ma con tantissima passione e voglia riesce a ritagliarsi uno spazio tra i grandi con le sue armi migliori:velocità e fiuto per il gol. Sia con la casacca moscovita sia con quella sovietica,Pavel cresce sul ghiaccio assieme a monumenti quali Fedorov,Mogilny e Kamensky col suo nome a far eco anche in NordAmerica dopo quattro stagioni col Cska ed aver vinto tutto con la nazionale sovietica. In un periodo di forti tensioni col mondo non solo sportivo che stava cambiando,le sirene NordAmericane squillarono anche per Pavel ; non fu una fuga rocambolesca come Mogilny a portarlo in NHL ma una discussa chiamata all’Entry Draft del 1989 da parte dei Vancouver Canucks. Solo due stagioni più tardi però,col crollo dei sistemi comunisti,Pavel inizia la sua avventura in quel di Vancouver dove viene battezzato “The Russian Rocket” per via della sua incredibile velocità sul ghiaccio ed il primo anno è da incorniciare con 60 punti in 65 e Calder Trophy in tasca. Il team dei Canucks ricopre d’oro (e dollari) il funambolo russo allestendo una buona compagine (tra i vari Linden e MacLean tra i pali) per portare in alto il team della British Columbia arrivando a realizzare per ben due stagioni di fila 60 reti in regular season(!). Nella post season del ’94 i numeri impressionanti di Pavel (16 reti e 15 assist) non basteranno alla causa di Vancouver che arriverà solamente ad accarezzare la Stanley Cup strappata in una serie thrilling dai NY Rangers in sette partite. La stagione della short season (causa lockout) Pavel risponde in maniera sibillina alle offerte dal Vecchio Continente e sul ghiaccio iniziano a paventarsi i primi infortuni specialmente al ginocchio. Lo si rivedrà solamente l’anno dopo ma nonostante la dirigenza dei Canucks si assicura i servigi di Mark Messier e Mogilny,Pavel dopo l’ottima cavalcata Olimpica del ’98 fermata in tutti i sensi dalla saracinesca ceca Hasek,cerca un’altra sistemazione lasciando dopo 7 stagioni condite da 254 reti e 224 assist (per un totale di 478 punti!) la fredda Columbia Britannica per le spiaggie lucenti della Florida al termine d’una big trade nel gennaio del ‘99. I continui infortuni limiteranno tantissimo la carriera lontana da Vancouver raccogliendo raccogliendo solo 274 uscite nelle rimanenti 6 stagioni da professionista prima di appendere i pattini al chiodo nel 2003 con 702 uscite in totali per 437 reti e 342 assistenze con sole 65 apparizioni in post-season per 70 punti in totale.Numeri e carriera unica tanto quando leggendari anche con la casacca sovietica prima e russa poi che gli valgono la chiamata nella celebre Hockey Hall All Fame l’anno passato (primo giocatore di Vancouver ad aver questo onore) mentre la sua casacca #10 con i Canucks (intervallata anche dalla poco fortunata jersey #96) rimane scolpita nel tempo assieme a quella di Smyl #12,Linden #16 e Naslund #19.