Dave Pasin, il braccio d’acciaio del Bolzano

di Marco Depaoli

Uno degli ultimi duri dell’hockey italiano, di un hockey che non c’è più. Trovarsi di fronte un David Pasin furente non è mai stata una bella esperienza, chiedete pure a Tony Iob o a Paolo Casciaro, che non erano certo due agnellini. Il suo nome è stato scandito al Palaonda anche nel finale della travagliata stagione bolzanina 1996-97, quando l’italo canadese di Edmonton giocava a Davos e il Bolzano non riusciva a tenere testa al Milano. Era un Bolzano fragile, mancava compattezza, mancava concretezza, mancava Dave Pasin.

188 cm per 97 kg, il ragazzone dell’Alberta giunse in Italia nel 1991 non per fare sfaceli in serie A, bensì per unirsi al gruppo del Gardena retrocesso anni prima in serie B. Una mossa che all’epoca serviva agli atleti di origini italiane per ottenere la qualifica di oriundi ed essere più liberi nel mercato di serie A.
Nell’estate del 1992 il Bolzano era sull’orlo della chiusura. Abbandonato dalla Lancia, pesavano sul bilancio sudtirolese gli acquisti onerosi sbagliati di campioni dell’NHL come Scott Young e Dave Archibald, rivelatisi invece dei flop. Molti big fecero la valigia e in pochi accettarono la notevole riduzione dell’ingaggio. Di tutti gli stranieri e oriundi rimasero solo Mike Rosati e Bruno Zarrillo. Persino il capitano Robert Oberrauch ci mise tutta l’estate per convincersi a firmare. Per Bolzano quello fu un anno zero.
A coach Ivany fu affiancato un altro Ron, Chipperfield, con il difficile compito di organizzare le nozze con i fichi secchi. L’ex GM dello scudetto Saima portò in biancorosso, tra senatori demoralizzati e destinati a finire la carriera, un manipolo di sconosciuti. Due ex sovietici da un Paese allo sbando appena crollato, un minuto giovane oriundo universitario dalla NCAA, un ruvido difensore newyorkese militante in serie B e tanti ragazzini del disciolto Latemar. Costoro senza accorgersi si trasformeranno presto in miti della storia biancorossa.
Durante la quinta giornata Igor Maslennikov esce da Milano sorretto a braccia per un brutto infortunio. La società deve tornare sul mercato per sostituirlo. Si parla di Paul Polillo (ex Latemar tornato in Canada) o Charbonneau, ma non c’è tempo per andare a fare la spesa oltreoceano e si guarda quello che c’è in casa. Il “Chip” annota sul taccuino questo Dave Pasin, 26 anni, destinato in un primo momento a Cortina sempre nella serie cadetta. Buoni numeri in AHL e una stagione a Boston in NHL 8 anni prima, 5 gare con Gretzky a Los Angeles. Ma è un ingaggio come tanti il suo per un campionato che vedeva sfrecciare i Manno, i Tilley, i Napier e gli Alston. Quasi in sordina Pasin esordisce alla quinta giornata di Alpenliga a Villach, con una vittoria biancorossa per 4-2. Tre partite dopo la prima rete, nel 6-3 contro il Varese: Pasin apre le marcature e le chiude in empty net. Quel Bolzano partita dopo partita prenderà coraggio e stupirà l’Italia e quella parte d’Europa toccata dalla lega alpina. Una finale persa a Villach contro un Alleghe che si gioca la partita della vita, e una finale di campionato persa solo a gara 5 a Milano per 1-2 contro i Devils berlusconiani quarti in Coppa Campioni. Pasin gioca poco nella lega mitteleuropea (accetta con spirito costruttivo il turnover con Bozek) ma è un trascinatore in campionato, terzo top scorer dietro a Mansi (Brunico) e Napier (Lions).

L’anno dopo iniziano gli allori: vittoria in Alpenliga demolendo il Milan per 8-2 (doppietta del centro italo-canadese come nella semifinale thriller contro il Graz di Kent Nillson) e show pugilistico regalato ai 7.000 fan estasiati di un Palaonda nuovo di zecca. Dave Pasin è ormai un dio, terzo capocannoniere della manifestazione con 63 punti in 29 gare (dietro solo ai due maghi russi Vostrikov, 71, e Maslennikov, 67) . Gol, intensità, spettacolo e mani ruvide sempre pronte per difendere i compagni. In campionato la vittoria va ancora ai lombardi, ma serve gara 5 e un Vecchiarelli atterrato 24 ore prima a Malpensa per far arrendere il Bolzano. Pasin gioca solo 15 partire in regular season, tornando nella seconda parte dei play-off.

Stagione 1994-95. Il Bolzano conquista il 6 Nazioni e torna allo scudetto dopo 4 stagioni di dominio lombardo (foto dal gruppo facebook hcbfans)

Nella stagione 1994-95 il Bolzano di Pasin vince tutto. L’Alpenliga si allarga fino in Olanda diventando 6 Nazioni e il Bolzano sbanca ovunque. “The Ironman” è ancora capocannoniere con 45 punti in 18 partite; nel girone di semifinale (Varese, Villach e Aosta) e in finale contro il Rouen non c’è storia per nessuno in linea con il marziano Jaromir Jagr e Bruno Zarrillo. A Rouen su 7 reti bolzanine 4 sono di Pasin. Questa volta il successo non sfugge nemmeno in campionato. 108 punti in 42 partite per Dave (secondo solo al compagno di linea Zarrillo che gioca 14 partite in più), Bolzano batte Varese in 5 gare e torna campione d’Italia dopo 5 anni, per la 12ª volta.

Sono gli ultimi anni gloriosi per l’hockey italiano. Nell’estate 1995 chiude l’Aosta, i Devils sono alla canna del gas e le casse piangono, la DEL tedesca nata l’anno prima è in espansione e fa la spesa in Italia. Anche per Pasin è giunta l’ora dei saluti. La prima scelta del 1984 di Boston torna nel Nuovo Continente per riprendere l’International Hockey League con la franchigia dei San Francisco Spiders. In squadra ci sono tanti passati e futuri protagonisti del nostro hockey: l’italo Corrado Micalef in porta (Aosta e Varese), i bolzanini SuperMario Doyon, Mario “the Duke” Nobili (ex anche di Fiemme, Varese, Asiago e Milano), Greg Bullock (ex anche del Fassa) oltre che l’italo Darcy Martini (Vipiteno e Merano), Scott McCrory (Fiemme), Andrew Rymsha (Asiago e Vipiteno), Christian ProulxPatrick Deraspe (Asiago). Una stagione non esaltante caratterizzata da problemi al ginocchio. A San Francisco Pasin è uno dei tanti, casa sua ormai è Bolzano; lì è anche nata la figlia Taylor, la prima di 4 figli (Erin e i due gemelli Ben e Max) avuti dalla moglie Kathleen, insegnante di pattinaggio. I biancorossi nonostante conquistino un altro scudetto contro il Milano continuano a pensare a quella maglia biancorossa numero 27 tornata ora di proprietà di Lucio Topatigh.

Per la strana stagione 1996/97 (quando lo stesso campionato italiano rischiò di non partire) Dave Pasin viene riportato al Palaonda a furor di popolo, per giocarsi la Coppa Campioni e un’Alpenliga diventata fuori portata per le italiane. Nonostante le origini italiane la burocrazia non permette a Pasin di ottenere il doppio passaporto e vestire la maglia azzurra. Nel 1996 c’è tempo solo di giocare una partita non ufficiale con la Nazionale Italiana alla Deutschland Cup contro la Germania (1-3 con assist del bolzanino a Nardella per il momentaneo vantaggio) mentre a stagione in corso la federazione italia riesce ad allestire un campionato di fortuna. Ma Dave Pasin non lo giocherà. Non amato da coach Insam (che in corso d’opera aveva sostituito Pavel Wohl, allenatore cuscinetto dopo le dimissioni di Bob Manno), perseguitato dagli infortuni e impossibilitato ad essere schierato come oriundo, The Ironman viene tagliato dal Bolzano e trasferito a Davos in Svizzera per i play-off (a sostituire Sergej Petrenko). E’ la seconda esperienza elvetica dopo le 9 partite (e 11 punti) dell’inizio della stagione ’89/90 al Friborgo pre Bykov-Khomutov. Lo stesso score in altrettante gare è l’ultimo bottino del 31enne Dave Pasin con i pattini allacciati. E’ il 1997 e la sua maglia è il Turgovia in LNB, ultimi atti della carriera di un grande gladiatore dei nostri ghiacci.

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(intervista di Andrea Valla) – All’apice della tua carriera sei venuto a giocare in Italia, in serie B con il Gardena, una scelta un po’ strana, cosa ti ha spinto in questa avventura?

«In quel periodo ero deluso dal sistema di hockey management in Nord America, e così aveva preso corpo in me l’idea di giocare oltreoceano. Ad alimentare l’idea di giocare in Italia fu il pensiero che mio padre (Maurizio ndr) era nato in Italia e volevo visitare quei posti».

Che origini hanno i tuoi avi? Sei mai tornato nei posti d’origine dei tuoi antenati?

«Mio padre è originario di Calvene (Vicenza) e tuttora in quel paese ci vivono zii e zie oltre a numerosi cugini. Sono stato molte volte al paese a trovarli».

Avevi già giocato due anni prima in Europa, con la squadra Svizzera del Friborgo Gotteron, come mai non hai proseguito con questa esperienza?

Con Paolo Casciaro dopo la "replica" di una celebre rissa allo Starnight 2007

Con Paolo Casciaro dopo la “replica” di una celebre rissa allo Starnight 2007

«Il sistema di gioco del campionato svizzero non faceva per me, non permettevano il gioco fisico e il metodo arbitrale è stato il peggiore che io abbia mai provato, potevi addirittura essere sospeso dopo aver fatto una carica corretta».

Che ricordi hai del primo anno ad Ortisei?

«Mi piaceva molto Ortisei, erano bellissime quelle montagne, il livello tecnico dell’ hockey non era elevato ma era un bel posto per vivere un anno».

Quindi sei passato al Bolzano dove hai preso parte al ciclo probabilmente più glorioso di tutta la storia HCB. Quali sono i tuoi ricordi professionali più eccitanti?

«Bolzano era il miglior posto dove giocare avevamo una grande squadra e grandi tifosi, ho amato tanto quella città dove tuttora ho molti amici dell’epoca che vivono li e con cui sono in contatto».

Quando la tua “strada” si è separata da quella del Bolzano, i tifosi hanno cantato il tuo nome per altre stagioni, e ancor oggi su internet molti nickname sono dedicati a te. Come mai sei rimasto nei cuori dei tifosi del Bolzano a tuo parere?

«Non so spiegarmi il motivo, io ho cercato di giocare duro ogni sera ed essere un buon compagno di squadra e passare molto tempo con i tifosi dopo ogni gara. Forse il fatto di dedicare del tempo a loro e il mio stile di gioco era molto apprezzato dai tifosi».

A distanza di anni in Italia ci si ricorda il tuo fight con Tony Iob nella finale di Alpenliga, raccontaci cosa è successo. Lo hai più incontrato?

«Ho giocato con lui in un torneo in Germania con la Nazionale Italiana, è un bravo ragazzo fuori dal ghiaccio. Nell’hockey una volta che la partita è finita tutto è finito, quindi finita la partita gli ho stretto la mano, sulla lotta invece si può vedere dal video che lui ha iniziato ad attaccare Daniele Giacomin nonostante avessimo già un gran vantaggio e io non potevo lasciarlo andare senza fare qualcosa per il mio compagno di squadra».

httpvh://www.youtube.com/watch?v=y2guUKsdws4

Qual è il compagno di squadra con cui hai legato meglio?

«Penso che il miglior compagno sia stato Bruno Zarrillo, abbiamo giocato molto bene in coppia, mentre come avversario citerei Dave Delfino, un ottimo portiere contro cui era difficile segnare».

Dave Pasin in una vecchia card con la maglia dei Boston Bruins

Dave Pasin in una vecchia card con la maglia dei Boston Bruins

Per te che hai giocato una stagione in NHL con i Bruins, quail sono i motivi per cui Boston non ha vinto la Stanley Cup quest’anno?

«Io penso che gli infortuni hanno avuto una parte importante, inoltre nelle finali Zdeno Chara non ha giocato bene, penso fosse stanco, dopo aver giocato cosi tanti minuti è impossibile giocare bene ogni secondo della partita in partite ravvicinate, lo sciopero (che ha condizionato il calendario ndr) non è stato di certo un bene per lui».

Di cosa ti occupi ora? Sei rimasto nel mondo dell’hockey?

«Attualmente lavoro nell’industria dei computer, sono un Senior Technical Analyst e lavoro con gli ingegneri e mi occupo di trovare errori nelle codifiche dei computer».

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At the top of your career do not you come to Italy to play Serie A but in Gardena in series B. Today it would be very strange indeed. What led you to seek adventure in Italy?

«I was disappointed in the hockey management in North America and wanted to play overseas. And  I choice Italy because my father was born in Italy»

Where are your Italian heritage? Have you ever returned to their places of origin of your ancestors?

«My father and grandfather were born in Calvene, (Vicenza). I still have all of my uncles and aunts and many cousins living there. I have been there many many times to visit».

Were you already in Europe 2 years ago in Switzerland with Fribourg Gotteron, why did not you continue that experience?

«The Swiss style was not the best for me. They do not like to play physical and the officiating was the worst I had ever experienced. A clean bodyceck could get you suspended».

What are your memories of your first year in Ortisei?

«I loved Ortisei. It was beautiful in the mountains. The level of hockey was not so good but it was a nice place to live for a year».

Then immediately Bolzano where you took part in the cycle, perhaps the most glorious in the history of HCB. Wich are your memory professionally more exciting?

«Bolzano was the best place to play. We had great teams and great fans and I loved the city so much. I still have many friendsto this day who I keep in touch with that live in Bolzano.

When the “road” of Bolzano have been separated from you, the fans of Bolzano went ahead anyway to sing your name for a whole season. Even today many nickname on the internet are in your memory. How did you get so much in the heart of Bolzano?

«I do not know how. I tried to play hard every night and be a good teammate. I spent a lot of time with the fans after the games. Maybe the felt that I really cared about  how I performed and they appreciated it».

Even today we remember your fight with Tony Iob in the final of Alpenliga. Tell us how things went. You have more got to meet him?

«I played with him in a tournament in Germany as part of the Italian National team. He was a good guy off the ice. In hockey once the game is over then it is over. I shook his hand after the game and left it alone. As for the fight. You can see in the video that he sucker punch Danny Giacomin when we already had a big lead. I could not let that go without doing something for my teammate».

Who was the teammate with whom you were better? The opponent who gave you more awkward?

«I think Bruno Zarillo and I played very well together. Dave Delfino was always a tough goalie to score against».

For you an entire season in the Bruins of the NHL. In your opinion what are the reasons why Boston did not win the Stanley Cup this year?

«I think that the injuries they had took too much out of them. In the finals Zdeno Chara did not play well either. I think he was so tired and he plays so many minutes that it is difficult to play ever second day when you play that many minutes. The strike was not good for a man like him».

What do you do now? Were you in the world of ice hockey?

«I am in the computer industry. I am a Senior Technical Analyst and work with Engineers to find bugs in their computer code».