La storia infinita di Jim Corsi

Jim Corsi, classe 1954, per il suo compleanno si è regalato qualche giorno di vacanza a Varese ed ha incontrato i vecchi amici tifosi degli anni d’oro dell’hockey giallonero. Nonostante siano ormai passati ventun anni dal suo ritiro dalle carriera agonistica del 1992, il mitico portiere chiamato ‘Saracinesca’ è apparso in ottima forma a dispetto di qualche capello bianco in più.

Quando parla di Varese, dal viso di Corsi traspare la nostalgia dei bei tempi passati nella città giardino dall’1984 al 1992. Attualmente Jim è parte dello dei Buffalo Sabres in NHL come allenatore dei portieri, in compagnia di Joe Christiano, suo assistant coach nel primo scudetto del Varese targato Kronenbourg. Quando approdò in Italia in Val Gardena per la stagione 1980-81, aveva appena lasciato la compagine canadese degli Edmonton Oilers.

“Inizialmente non ero molto convito della mia scelta di giocare in Europa. A quei tempi, si parla di trent’anni fa, i soldi in NHL non erano tantissimi. Attualmente alla firma del contratto si va dai 100.000 agli 800.000 dollari, ai miei tempi gli ingaggi erano di 5.000/10.000 dollari. Non c’era quindi tanta differenza tra Europa e NHL. Ero deluso dal mondo della NHL: dopo la laurea avrei potuto intraprendere la carriera di ingegnere. La mia fortuna è stata quella di avere due possibilità: giocare a hockey oppure fare l’ingegnere. Ovviamente le mie scelte sono cadute sul mondo sportivo dell’hockey. Pensai che comunque dovevo provare questa esperienza sul ghiaccio prima della carriera da ingegnere. Ho iniziato a giocare nella squadra della Concordia University di Montreal, successivamente sono passato dai Maine Nordiques, Quebec Nordiques, Binghamton Dusters per poi approdare in NHL con la maglia dei Edmonton Oilers. Sono passato anche da Houston e Oklahoma. Dopo tutti questi trasferimenti, sinceramente io e mia moglie Cathy eravamo stanchi di continuare a cambiar casa. A quei tempi i giocatori che approdavano direttamente in NHL dalle università erano veramente pochi, la maggior parte arrivavano dalla MJHL (Major Junior Hockey League). Contrariamente a quanto avviene ai giorni nostri, i giocatori russi che approdavano oltreoceano erano veramente limitati visto le condizioni politiche dell’epoca.

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Presi la decisione di cambiare completamente vita scegliendo l’Italia: la mia prima stagione è stata con il Gardena. Ho esordito in con la maglia della Nazionale Italiana nel 1980 ed ero orgoglioso di far parte della squadra azzurra. Dopo tre stagioni con il Gardena, e uno scudetto all’attivo, sono passato al Bolzano vincendo il mio secondo campionato nella stagione 1983-84: nonostante avessi vinto il titolo, non mi sentivo più motivato. In Italia, ma soprattutto a Varese, ho avuto tante soddisfazioni e non solo dal punto di vista sportivo: eravamo perfettamente integrati anche nel tessuto sociale, eravamo dei comuni cittadini al pari di tutti gli altri nonostante fossimo “stranieri”. Fu l’allenatore Ron Ivany ad invitarmi a lasciare Bolzano e traslocare in Lombardia. Mi ricordo che Ron mi disse: “Dai vieni a giocare a Varese e vedrai che faremo qualcosa di speciale”. E così è stato! Quando  tornammo in Canada, la squadra vincitrice dei due scudetti (1986/87 e 1988/89, n.d.r.) è rimasta ai vertici vincendo la Federation Cup nel 1995, e non è cosa da poco considerato che era un trofeo internazionale. Penso che a Varese sia rimasta la mentalità e tanta voglia di hockey. Forse mancano i piani federali a lunga durata: si dovrebbe cercare di introdurre più giovani facendo crescere soprattutto il vivaio. Purtroppo mi rendo conto che è sempre più difficile reperire fondi economici.

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Nel periodo della nostra permanenza a Varese sicuramente il livello dell’hockey locale è cresciuto notevolmente grazie alle vittorie, il supporto dei tifosi gialloneri, in quei nove anni, non è mai venuto a mancare. Non di meno anche la preziosa collaborazione con i tutti i compagni italiani e soprattutto del mio backup Lele Villa che mi ha fatto da secondo portiere e non ha mai quasi giocato, ma è rimasto fedelmente al suo posto. Sicuramente tanti si sarebbero stancati e se ne sarebbero andati. E’ stato un fenomeno più unico che raro. Negli anni della mia carriera, i riconoscimenti sono arrivati soprattutto dai giocatori europei che mi conoscevano bene. Per esempio sono addirittura stato invitato a cena a casa di Dom Hasek, cosa del tutto eccezionale visto il personaggio. E sono orgoglioso anche di aver vissuto per anni  nel paese dove sono nati i miei genitori. E non potevo voler di più: laurea e carriera hockeistica. Il Direttore sportivo dei Buffalo Sabres Jon Christiano, che all’epoca del primo scudetto a Varese era il mio vice allenatore, mi ha chiesto di dire a tutti i tifosi di Varese che siamo solo noi due a parlare italiano davanti allo staff di Buffalo. Io provo, Jon parla! E parliamo spesso di Larkin, che è il nostro punto di orgoglio “made in Italy”, anzi “made in Varese”!
Faccio una promessa a tutti i tifosi gialloneri: se mai la mia squadra dei Buffalo Sabres dovesse vincere la Stanley Cup, vi assicuro che ve la porto a Varese!”

Jim James Corsi, maglia n. 35, un mito, una leggenda, un vero Mastino doc.