Gates Orlando: «L’Italia ha perso la sua grande occasione»

di Marco Depaoli
intervista di Stefano Sala

Non rischiamo di esagerare se diciamo che tra i più grandi giocatori mai visti in Italia, sia in termini di talento sia sotto l’aspetto umano, c’è Gaetano Orlando. Uno scudetto a Bolzano, tre nella Milano rossonera e due in Svizzera dove ha chiuso la sua straordinaria carriera di giocatore. Il capitano ideale, modesto, “realista” come egli stesso si definisce, un professionista carismatico. Intervistato dopo un infortunio all’età di 22 anni disse che «si impara a giocare dal dolore. Se non pensi questo devi concentrarti per non farti male e in uno sport veloce come l’hockey perdi in quella frazione di tempo le migliori occasioni di una partita». Orlando fu l’atleta capace di farsi amare facilmente oltre che dai propri tifosi anche dagli avversari, qualità rara per uno sportivo. I tifosi della Milano rossoblu ricordano ancora quando, umiliati in pista da un Milan schiacciatutto durante un derby, vennero omaggiati da Orlando, capitano rossonero, stecca al cielo nel giro di pista per complimentarsi del sostegno continuo alla loro rinata società, acerrima avversaria dei Diavoli. Un uomo che metteva in pista grande astuzia e intelligenza, prima ancora di esplodere la sua potenza. 

Un giovanissimo Orlando con la maglia dei Sabres

Durante il liceo è già un fenomeno sia sui banchi che con i pattini: l’ultimo anno di QMJHL con i Montreal Juniors (era la stagione 1979-80) mette a referto qualcosa come 72 punti in 70 partite. Questi numeri lo fanno notare dagli scouts ma gli permettono anche di ottenere dalla Providence College americana una borsa di studio che gli consente prima di tutto di laurearsi in “Business Management”, giocando nel frattempo con i Friars capitanati da Ted Nolan. A Providence in giro con i Friars si porta i libri anche in albergo, per non essere colto impreparato poi dagli insegnanti.
Finiti gli studi può arrivare l’hockey, e il professionismo dell’NHL: nel 1981 viene scelto dai Sabres all’8° giro e per lui comincia l’avventura in AHL con i Rochester Americans.  Nel 1984 arriva il momento della prima chiamata NHL e con Buffalo Orlando segna 9 punti in 11 gare, guadagnandosi per la stagione successiva una maglia da titolare. Giocherà al fianco tra i tanti di John Tucker e Mark Napier (che rincontrerà nel campionato italiano rispettivamente come avversario e compagno di tante battaglie), Hannu Virta, Gilbert Perreault, Phil Housley, Dave Andreychuk e Tom Barrasso. 

RITORNO ALLE ORIGINI 

Scudettato con la maglia del Bolzano nella stagione 90-91

Scudettato con la maglia del Bolzano nella stagione 90-91

Quando il Merano lo porta in Italia nel 1987 non è per una scommessa. Non era come adesso che il nostro hockey può ambire a portare a casa qualche giovane talentuoso che aspira a un camp in NHL, o qualche vecchia gloria indecisa se appendere i pattini al chiodo o girare ancora l’Europa per qualche nuova avventura. Orlando, come i Chipperfield, i Manno, i Tilley, i Chabot e i Kurri arrivò in via Mainardo nel pieno della sua carriera nella massima lega professionistica di hockey dopo tre anni con la maglia dei Buffalo Sabres (103 partite, 18 gol e 30 assist) e il successo nel campionato AHL con Rochester. 175 cm per 85 kg di talento puro, dopo un anno con il Merano (110 p.ti, 59 gol e 51 assist) e i play-off ancora da protagonista a Rochester, il Bolzano campione d’Italia fa di tutto per averlo con sé e la scelta paga conquistando con l’italo-canadese lo scudetto del 1990. Una stagione da record con 144 punti personali (72+72).
Nell’estate 1991 avviene il passaggio a Milano chiamato dai Devils reduci da una stagione dispendiosa quanto avara di risultati. Il carisma di Orlando, a suo agio con vecchi compagni tra cui Roberto Romano e Mike Robert Napier, prende subito in mano le redini della squadra: in tre anni ottiene con i Devils 3 scudetti, un’Alpenliga e due quarti posti in Coppa Europa dietro a mostri sacri come la Dynamo Mosca ed eliminando al suo passaggio blasoni come Düsseldorf, Sparta Praga e Berna. Appena indossata la maglia rossonera Orlando registra numeri individuali che parlano da soli: 71 punti (32 gol e 39 assist) in sole 29 partite. Sarà poi capocannoniere del campionato italiano nel 1992 e nel 1994 rispettivamente con 71 punti (32 gol e 39 assist) e 78 punti (24 + 54). 


Il Capitano solleva la coppa dell’Alpenliga 1991 tra Nucci e Silvio Berlusconi.
Alle sue spalle c’è Mark Napier, già compagno a Buffalo e Bolzano
 

LA NAZIONALE 

Orlando osserva l'andamento della gara con Iovio in una gara contro la Norvegia

Orlando osserva con Emilio Iovio l'andamento della gara contro la Norvegia

I genitori di Gaetano lasciarono Agnone, comune di 6.300 anime a 60 km da Isernia, per emigrare in Canada quando la signora Orlando era ancora incinta. Gates, come venne ribattezzato oltreOceano, nacque il 13 novembre 1962 come secondogenito a LaSalle nei sobborghi di Montreal. Suo fratello maggiore Michele (Mike) trovò lavoro come tuttofare, sua madre Ersilia (che darà alla luce anche una sorellina, Carmela) come impiegata nell’ospedale di Montreal.
Una famiglia laboriosa che gli insegna il sacrificio e l’usare prima di tutto la testa.
Suo padre gli allacciò i pattini all’età di nove anni e il piccolo Gaetano volle iniziare a giocare a hockey guardando uno dei suoi zii inseguire il disco. Coltivò la sua passione dopo la scuola pattinando in una pista scoperta nella sua cittadina sempre sotto gli occhi del padre che non si perdeva un tiro una volta tornato dal lavoro.
Il Canada non lo tenne lontano dalle sue origini con ancora nonna Carmela ad Agnone da andare a trovare. Fu automatica, una volta tornato nel vecchio continente, la scelta di prendere la cittadinanza italiana che fu una benedizione per il Blue Team, intento a tornare nel Gruppo A e pronto a vivere il miglior periodo di sempre della nostra nazionale. Il suo esordio in azzurro è del 5 settembre 1989 all’ultima amichevole di un trittico di gare contro la Finlandia. Dopo due sconfitte senza l’oriundo di Montreal, arriva con la rete di Orlando un pareggio 4-4 di rimonta nell’ultimo drittel. Una dura preparazione verso il suo primo mondiale nel 1990 dove Orlando risulta subito il miglior realizzatore e viene eletto miglior attaccante del torneo. 3 reti a Giappone e Olanda, uno ad Austria, Svizzera e Polonia. Viene inserito nell’All Star Team dove sarà presente anche nell’edizione successiva, quella del 1991, quella della tanto sognata promozione. Seguiranno anni gloriosi con altri 8 mondiali (dal ’92 al ’99) nella massima rassegna iridata (tra cui un sesto posto probabilmente irripetibile) e due Olimpiadi: Lillehammer ’94 e Nagano ’98. Orlando per anni formerà con Bruno Zarrillo e Lucio Topatigh la prima linea d’attacco dell’Italia più forte di tutti i tempi.
Complessivamente in maglia azzurra Orlando ha giocato 110 partite segnando 56 reti e dopo il suo ritiro Gates accetterà nel 2000 di far parte dello staff di Pat Cortina e Adolf Insam alla guida della Nazionale. 


Ai mondiali contro il Canada
 

LA SVIZZERA 

Orlando in compagnia dell'inseparabile Brian Lefley festeggiano lo scudetto a Berna del 1997

Orlando in compagnia dell'inseparabile Brian Lefley festeggiano lo scudetto a Berna nel 1997

Nell’estate 1994 Berlusconi lascia l’hockey al suo destino e i Devils vengono smembrati. Orlando, un po’ in polemica con il clima del momento che considerava gli oriundi come “stranieri”, decise di abbandonare il Bel Paese per trasferirsi in Svizzera. Il Berna del suo compianto amico Brian Lefley vuole tornare alla vittoria in campionato dominato dal Kloten e convince Orlando a diventare un’icona dei tifosi giallorossi, alzando la Coppa al terzo tentativo nel 1997.
Durante la stagione successiva allo scudetto con gli Orsi di Berna, il passaggio di Orlando al Lugano non viene digerito né dai tifosi capitolini né in un primo momento dai bianconeri che però non tardarono a ricredersi, ammirando la classe del centro italo-canadese di Montreal già alle prime pattinate alla Resega. Al termine di quella stagione (1997-98) Orlando regala al Cortina la sua ultima apparizione italiana disputando con i cortinesi appena ritornati in A la serie di quarti di finale contro il Bolzano, che si laureerà poi campione d’Italia. Nel 1999 arriva per lui anche in Ticino il titolo di Campione, dopo un’epica finale proprio contro l’Ambrì Piotta. Una gioia nella gioia per il popolo bianconero che torna campione di Svizzera dopo 9 anni. Sua la rete all’overtime in Gara 3. 

LA GUIDA TECNICA
Dopo 16 stagioni da professionista arriva alle soglie del 3° millennio il momento di appendere i pattini al chiodo. Orlando ritorna nella “sua” Rochester dove viene incaricato di allenare i giovani e la squadra senior in seconda. L’anno successivo da Capo Allenatore siederà due anni sulla panchina degli Adirondack Icehawks in UHL e successivamente, nel 2002, ritorna in AHL con gli Albany River Rats che allenerà per altri due anni come vice e con i quali scenderà anche in pista.
Gates ha una moglie, Karen, che vive a New York da cui ha avuto tre figli. Parla, italiano, inglese e francese. Ama giocare a golf, leggere, e comporre puzzle. Il mosaico della storia del nostro hockey ha in lui tra i suoi pezzi migliori. 


 

Prevalse il dilettantismo del dopo lavoro

«Che errore lasciarsi scappare Berlusconi»

di Stefano Sala 

Gates, di cosa ti occupi nella vita?

Seguo per i New Jersey Devils i prospects e i giocatori in previsione di draft. Un compito che mi dà molto da fare, giro sempre per il Nord America e per l’Europa. Mi dà molte soddisfazioni.

Rimani in attesa di una chiamata per tornare ad allenare?

No, mi piace quello che faccio adesso e l’idea di allenare per ora non mi attira.

Come è cambiato l’hockey dai tuoi tempi ad oggi?

È cambiato tanto, è cambiata la velocità, l’approccio alla partita. C’è anche più attenzione alla fase difensiva. Sì direi che non è più l’hockey di quegli anni ma va bene, ci vuole uno sviluppo.

In Italia però il discorso è diverso.

Sì, ho seguito poco ultimamente ma l’Italia ha perso la sua grande occasione. Quando nell’hockey entra un imprenditore dello spessore di Silvio Berlusconi non va lasciato scappare. Al mondo poche nazioni hanno avuto occasioni come questa. Eppure si è preferito salvaguardare l’hockey delle valli, quel dilettantismo del dopo lavoro. Tanti bravi ragazzi, ma l’hockey per loro non era una professione. Si poteva arrivare al professionismo se si fosse seguita la strada di Berlusconi. Un vero peccato. Ricordo sempre volentieri quegli anni. Spesso mi trovo con Bruno (Zarrillo ndr) e ne parliamo sempre.

L’Italia a distanza di anni ha ancora bisogno degli oriundi.

Purtroppo si. Ma il discorso è cambiato, e tanto. Noi eravamo di seconda generazione, avevamo tutti il passaporto, parlavamo quasi tutti l’italiano anche perché imparato dai nonni o dai genitori. Ora le generazioni sono andate avanti, hanno perso un po’ d’italianità e i genitori a molti nemmeno hanno pensato di rinnovare il passaporto. Quindi sarà sempre più raro. E poi dopo gli errori del passato non possiamo pensare che gli oriundi risolvano tutto. Spesso vedo che si compra o si schiera l’oriundo perché arriva dal Canada, questo però porta solo via il posto ad un giovane italiano che è praticamente al suo stesso livello. Troppi errori. Vediamo cosa succederà, ora diciamo grazie e mando un saluto a tutti i tifosi italiani, e so che sono molti. Loro sono davvero importanti.

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