Silvia Grottanelli, dalla pista per vincere su ghiaccio

di Marco Depaoli

Fresca campionessa d’Italia, se è vero come è vero che nell’hockey il portiere vale gran parte della squadra, il merito è anche di Silvia Grottanelli. Alzare la coppa in uno sport che ha conosciuto tardi, ma di cui s’è subito innamorata, non sembra per lei ancora vero. Il suo sarebbe il percorso più giusto, per lo scopo per cui nacque lo street hockey prima, e l’inline poi. Una disciplina nata come propedeutica all’hockey su ghiaccio, che però essendo in Italia confinato in oasi particolari, viene negato a chi non ha la fortuna di avere un palaghiaccio vicino, o un lago gelato d’inverno. La distanza non ha spaventato però Silvia, aretina di nascita e forlivese per amore, disposta a viaggi di 350 km anche per le partite casalinghe.
Silvia Grottanelli ha esordito come giocatrice di movimento con i ragazzi dei Lions Arezzo nel 1996, per poi passare in porta a metà del ’97 come rincalzo. "All’inizio non vedevo l’ora che trovassero un nuovo portiere per tornare a fare il difensore – racconta – ma poi ho scoperto a poco a poco il bello di stare in porta e non ho più voluto cambiare".

Da nuovo titolare dei Lions, è arrivata la promozione in A2 nel ’99 e in A1 nel 2001. Nel 2003 come backup arriva la Coppa Italia contro i Vipers di Asiago prima del trasferimento nel 2005 al Libertas Hockey Forlì, per poter convivere con il suo fidanzato.
Nel frattempo nasce anche il campionato femminile di Inline e con lo Spinea, formato anche da giocatrici del ghiaccio (Fiorese, Angeloni e Bettarini), arriva lo scudetto nel 2007, anno in cui Silvia prova con successo anche su ghiaccio, vincendo altri due titoli.

HT: Il tuo incontro con l’hockey è stato con l’inline. Quando e come hai fatto ad avvicinarti al ghiaccio e come ti trovi?
SG: Mi sono avvicinata al ghiaccio grazie a Silvia Toffano e a suo padre Gianni: due persone a cui sono legatissima. Con Silvia giocavamo già da alcuni anni insieme nello Spinea durante il campionato femminile di HIL, così quando l’Agordo ha avuto bisogno di un portiere hanno pensato a me. Devo confessare che una chiamata del genere non può che far piacere, ma devo anche ammettere che senza allenamenti è difficile garantire una prestazione di livello come invece l’Agordo meriterebbe. Spesso durante il gioco mi trovo in difficoltà a causa delle differenze che esistono fra il ghiaccio e le superfici del HIL a cui sono abituata. Ma l’Agordo non è solo una squadra molto forte in campo: dietro quelle giocatrici si nascondono ragazze meravigliose che mi hanno sempre sostenuta e a cui devo veramente tanto.

HT: Quale preferisci?
SG: Difficile a dirsi. Sono discipline molto diverse. Trovo che in genere sia più bello il ghiaccio (da vedere, soprattutto), ma per un portiere è troppo più divertente giocare a HIL… ci sono molti più tiri, azioni in contropiede ed il ritmo è davvero più serrato.

HT: Sei alla difesa della gabbia della formazione più titolata d’Italia. Cosa conoscevi dell’hockey ghiaccio rosa e cosa hai provato a vestire la maglia dell’Agordo?
SG: In realtà dell’hockey rosa fino a qualche anno fa sapevo ben poco. Grazie alle ragazze del ghiaccio che giocavano anche a HIL ho imparato un po’ più di cose. Loro mi hanno raccontato spesso di Campionato e Nazionale, ma mi è sempre sembrato un mondo così lontano e distante da me, da sembrare irraggiungibile…
Così, nella mia "beata ignoranza" una volta scesa sul ghiaccio non ho colto appieno cosa significasse giocare con una squadra come l’Agordo, anzi, ero così impegnata a cercare di capire come potevo sfruttare le mie capacità in una superficie tanto diversa dalla mia, che non mi sono nemmeno resa conto di quello che mi accadeva intorno.
Così mi sono svegliata solo nella finale scudetto, il primo che ho vinto con loro. Ricordo la tensione ed i minuti non passavano mai.. ma l’emozione alla fine è stata fortissima, una delle più grandi provate in vita mia.

HT: Il Bolzano sembrava non partecipare al campionato, mettendolo a rischio. Con un sospiro di sollievo si è salvato il movimento, ma in questo torneo a singhiozzi voi giocatrici come vivete queste annate di piena incertezza dell’hockey femminile?
SG: Forse io sono la persona meno adatta ad esprimere le emozioni del movimento rosa in un caso come questo, visto che vivo sospesa a metà fra due mondi… Non so, personalmente ho provato tanta amarezza, ma non per me. Quanto per tutto ciò che di bello è stato fatto negli anni passati e per i risultati che si potrebbero ancora raggiungere.

HT: Come vedi il movimento dell’hockey femminile nei prossimi anni? Prevedi una ripresa o si va verso la scomparsa definitiva?
SG: Mi sento divisa. Da una parte i segnali non sono bellissimi, già da qualche tempo. Dall’altra non credo che una soluzione non possa essere trovata. Purtroppo dipende dalla volontà delle persone, soprattutto dei dirigenti e della federazione.

HT: L’Agordo oltre a te deve molto alle ragazze non agordine (che giungono da Venezia, Torino…). Perché secondo te nemmeno le agordine DOC si avvicinano più all’hockey?
SG: Questa è una domanda da un milione di dollari, a cui non riesco a dar risposta. Io sono cresciuta nel mito dell’hockey riuscendo a realizzare il mio sogno solo a 20 anni grazie all’avvento dello street hockey che poi ha generato l’HIL. Se avessi avuto la fortuna di nascere un po’ più a nord (dove c’è il ghiaccio, per intenderci) avrei iniziato molto prima. Non riesco a capire come si faccia a non farsi coinvolgere da questo bellissimo sport.
Probabilmente ci deve essere un motivo… solo che venendo da fuori, non sono riuscita a coglierlo.

HT: Quanto è faticoso conciliare l’hockey con il lavoro, amicizie ecc.? A cosa sei costretta a rinunciare?
SG: Dipende da quanto ti piace questo sport. Se è solo un passatempo, ti rimane il tempo per fare tutto. Io amo questo sport e cerco di fare il più possibile. Quindi gioco il campionato di serie B con la Libertas Forlì e talvolta faccio il backup in A1. Poi cerco di essere il più possibile disponibile per il ghiaccio e devo trovare anche un po’ di tempo per la femminile di HIL.
Normalmente sono un po’ impegnata, considerando che vado al lavoro (come fisioterapista, ndr) come tutte le persone normali e di tempo libero me ne rimane poco. Così rinuncio a cinema, serate con amici, viaggi, etc. Ma non mi pesa… io amo l’hockey. Per il resto ci sarà tempo.

HT: In condizioni così difficili (tempo, distanza…), quanto riuscite ad allenarvi?
SG: Io mi alleno tre volte a settimana nella Libertas Forlì (HIL) e sul ghiaccio praticamente non mi alleno mai. Non perchè non ne abbia bisogno, al contrario! Dovrei farlo più delle altre! Ma purtroppo con il lavoro non riesco a muovermi più di tanto ed avere Agordo a 350 Km di distanza non aiuta.

HT: Cosa dicono il tuo fidanzato e i tuoi amici di questa tua insolita (per l’italiano medio) passione?
SG: Il mio fidanzato pensa che i portieri sono tutti matti.. ma è un giocatore (gioca con l’A1 del Forlì – HIL) ed è sicuramente prevenuto). Il fatto che giochi anche lui, però, rende tutto più semplice. Capisce e talvolta condivide i sacrifici, la passione, le angosce e le emozioni che la mia vita sportiva mi riserva.
Gli amici che ho al di fuori di questo mondo mi guardano con curiosità ed alcuni fanno un tifo sfegatato per me. In compenso la gente comune mi guarda come fossi un alieno… ma forse è perchè qui l’hockey è davvero uno sconosciuto.

HT: Al blue team ci pensi?
SG: Quando penso al Blue Team non posso che provare un profondo rispetto per ciò che esso rappresenta e per le giocatrici che lo compongono. Vestire la maglia della Nazionale deve essere un’emozione unica, oltre che un onore ed un privilegio.
Sfortunatamente non riesco a pensarmi in Nazionale (lo scorso anno è stata convocata il raduno pre-mondiale a Torre Pellice ndr). Per quanto mi sforzi, il ghiaccio non sarà mai il mio mondo. Ci sono mille fondamentali che mi mancano per potermi muovere come si deve ed essere all’altezza di portare il nome dell’Italia sul petto.
Ovviamente è un sogno.. e per chi non lo sarebbe? Ma la realtà è che quella maglia merita davvero il meglio. Ed il meglio, sul ghiaccio, non sono io.

HT: Hai delle idee che vorresti suggerire a chi comanda l’hockey per far sì che possa migliorare l’hockey femminile?
SG: La premessa fondamentale è che chi comanda sia realmente interessato a portare avanti il movimento. Se non lo è, qualunque proposta è inutile. Certo che le società dovrebbero lavorare maggiormente sulla visibilità e cercare di invogliare le ragazze a provare. Secondo me non sarebbe una brutta idea provare a coinvolgere le ragazze che giocano a HIL delle zone a nord. Sicuramente non porterebbero ad un innalzamento di livello, ma magari permetterebbero la formazione di più squadre, rendendo il campionato un po’ più interessante e con prospettive di crescita futura.

HT: Questo campionato sembrava ce l’aveste in pugno da tempo, ma con un calendario improvvisato e turni a singhiozzo nessuno aveva un’idea certa del suo epilogo. Chiedendotelo con una certa dose di amaro sarcasmo, quando vi hanno detto quante partite mancavano per poter fare due calcoli e festeggiare per tempo?
SG: I calcoli temo che li abbiano fatti tutti, da tempo.
Io però non ho percepito la tensione, neanche un grammo. Eravamo tutte estremamente tranquille.
Sono arrivate vittoria e scudetto? E allora? Il campionato non è finito.. ci sono altre 4 partite da giocare e da vincere. Poi sì che sarà baracca!
E’ stato un anno difficile per me, e ho avuto un po’ di problemi a trovare la giusta concentrazione. Ho perso mio papà dopo una lunga malattia e mi sono operata ad un polso. E’ da un po’ di partite che ho ritrovato la tranquillità che cercavo. Ufficialmente non si può dire che abbiamo vinto lo scudetto, perché per ora è solo una vittoria matematica. Se penso a tutti i sacrifici che ho fatto per questo sport, l’unica persona a cui mi sento di dedicare questo scudetto (è la prima volta che faccio una dedica) è soltanto a mio papà. Lui mi manca da morire… e se sono ancora qui a giocare dopo tanti indugi è
perchè ho la sua "testardaggine". Questo scudetto è un po’ anche suo.