Intervista a Stefano Bizzotto

E’ la voce dell’hockey e non solo; grazie ai suoi commenti degli incontri trasmessi da “Rai Sport Più” lo sport ghiacciato si è riaffacciato prepotentemente in televisione con il campionato italiano, la nazionale e la Champions League.

HT: Vogliamo partire spiegando brevemente da dove nasce la su passione per l’hockey su ghiaccio?

SB: Sono nato e cresciuto a Bolzano. Lo sport mi è sempre piaciuto, e quando si vive in questa città è inevitabile avvicinarsi all’hockey. Ho visto la prima partita all’età di sei anni, ovviamente nel "defunto" palaghiaccio di via Roma. La prima di tante. Ancora oggi ho ricordi nitidissimi di quel periodo: le code lunghissime prima per acquistare i biglietti, poi per assicurarsi un posto accettabile in "piccionaia" (un tagliando di tribuna centrale o anche solo dei distinti era fuori portata per le tasche di un ragazzino che già doveva sudare per convincere i genitori a lasciarlo uscire la sera con gli amichetti del rione). Ricordo il profumo di vin brulet che avvolgeva i corridoi dietro le tribune, l’enorme orologio con le caselle del punteggio che venivano sostituite a mano dopo ogni gol, il boato quando le squadre entravano sul ghiaccio. Immagini e sensazioni che mi accompagneranno per tutta la vita. Ancora oggi, quando passo in via Roma, mi viene il magone…

Abitavo a pochi metri da Romeo Tigliani, il portiere del Bolzano di allora. Incontrarlo per strada provocava in me e nei miei amici un’emozione enorme. Di ritorno dalle partite, ci si divertiva ad indovinare il titolo che il giornale "Alto Adige" avrebbe scelto il giorno dopo. Il palazzo era spesso strapieno per la facilità nel raggiungerlo e perché la città si identificava nei giocatori, quasi tutti bolzanini doc. Altri tempi, davvero. Faceva più freddo di oggi, era facile trovare terreni ghiacciati e altrettanto facile improvvisare partite di hockey fra ragazzi. Insomma: un amore vecchio di quarant’anni che non è mai sfiorito, anzi.
Adesso che la passione si è trasformata in lavoro, voltarsi indietro è ancora più bello. Credo che l’hockey trasmetta emozioni che pochi altri sport riescono a dare. Il grande hockey, quello targato NHL o quello di Olimpiadi e Mondiali, ma anche l’hockey di casa nostra. Vorrei che la RAI, nel suo piccolo, contribuisse a far crescere l’interesse attorno ad una disciplina che meriterebbe ben altra considerazione.

HT: Parlava del giornale "Alto Adige"; proprio da lì parte la sua carriera nell’informazione sportiva giusto?

SB: Sì, ma fino ad un certo punto. All’Alto Adige ho collaborato per due anni durante il liceo (scrivendo di sport ma mai di hockey), poi sono stato assunto e assegnato alla redazione cronaca: mi occupavo di sport la domenica, ma solo a livello di cucina redazionale (disegnavo le pagine, per intenderci). Negli anni all’Alto Adige ho cominciato a collaborare alla Gazzetta dello Sport scrivendo di calcio tedesco. Poi Cannavò mi ha voluto a Milano e sono entrato alla redazione calcio della Gazzetta. Di hockey ho cominciato ad occuparmi solo una volta passato in RAI, all’inizio degli anni Novanta.

HT: E’ proprio curioso il fatto che lei giornalista appassionato di hockey su ghiaccio abbia dovuto attendere per molti anni la "chiamata del ghiaccio". Infatti la maggior parte delle persone la conosce per le sue cronache calcistiche ma non conosce questa sua passione. Come si trova adesso nel ruolo di voce ufficiale dell’hockey su ghiaccio italiano?

SB: E’ una bella esperienza, un arricchimento sul piano professionale. Non è un compito facile: l’hockey è uno sport velocissimo, nel quale tante cose accadono in una frazione di secondo. Uno sport molto più difficile da seguire (e di conseguenza da commentare) rispetto al calcio. Penso solo all’accavallarsi delle penalità: basta poco per perdere il filo del discorso. La presenza di una seconda voce diventa dunque ancor più importante. Con Rolly Benvenuti mi trovo bene, so che è pronto a rimediare ad ogni mio strafalcione. Mi conforta, poi, la qualità delle riprese. Abbiamo registi e cameramen bravissimi, a cui non sfugge nulla. Posso dire solo una cosa: quando sono arrivato ad Asiago per la prima diretta (Asiago-Bolzano) mi si è avvicinato il regista Vincenzo Belli dicendomi di non aver mai visto una partita di hockey in vita sua. Aveva con sé centinaia di fogli scaricati da internet: si era documentato e sapeva tutto, dal regolamento alle caratteristiche dei giocatori

HT: Insomma una grande professionalità di tutto lo staff che segue le partite. Immergiamoci per un attimo nell’aspetto tecnico dell’hockey; vorrei una sua valutazione del campionato italiano e chi secondo lei porterà a casa il titolo finale

SB: Mi riesce difficile fare dei paragoni con il recente passato per il semplice fatto che fino alla scorsa stagione seguivo l’hockey senza continuità, basandomi soprattutto sulle cronache dei giornali. E’ stato, finora, un campionato a due velocità. Tre squadre (Renon, Bolzano e Cortina) hanno mostrato a tratti un ottimo hockey, con giocate spettacolari e individualità di tutto rispetto. Le altre, hanno fatto quello che hanno potuto. Globalmente, il livello mi è sembrato accettabile. Penso che l’Alleghe senza i ripetuti infortuni di Nicola Fontanive avrebbe potuto avvicinare le prime tre. Stesso discorso per l’Asiago se Luciano Aquino fosse arrivato subito. a Brunico, Barber e Watson hanno faticato a ritrovare il feeling che avevano a Canazei, e questo ha rallentato la corsa del Val Pusteria verso i play off.
Si sono visti dei giovani in grande crescita. Mi riferisco in particolare ad Anton Bernard e Matteo Tessari, che però adesso andranno messi nelle condizioni di giocare con continuità, magari inserendoli in linee con i più forti stranieri. Tragust, nel Fassa, ha dimostrato di valere i più celebrati portieri arrivati dall’estero: e ha solo 22 anni.
La lotta per il titolo dovrebbe essere un discorso ristretto alla "magnifiche tre". Il Valpusteria dà il meglio di sé sul proprio campo, ma per eliminare il Renon deve vincere almeno una volta a Collalbo. Difficile. Bolzano-Cortina è una semifinale per il momento indecifrabile. In regular season il fattore campo è saltato più di una volta, per cui il fatto di giocare gara 7 in casa rappresenta per il Bolzano un vantaggio molto relativo. Così, a bocce ferme, direi che il Renon dovrebbe sbrigare la pratica con un certo anticipo per poi aspettare la sua avversaria. Il rischio è che i muscoli si raffreddino troppo… Direi Renon favorito, ma l’assenza di Nemecek (se confermata) a gioco lungo potrebbe spostare gli equilibri della finale.

HT: Siamo giunti alla fase finale del campionato dopo questa lunga stagione e le chiedo un parere in merito alle possibilità di sviluppo del movimento. La RAI ha creduto in questo sport mandando in onda le partite sul canale sportivo digitale ma siamo molto lontani dall’affluenza di pubblico e dalla visibilità degli "anni d’oro", cosa si può fare nell’immediato per cercare di risalire la china?

SB: Una domanda da cento milioni… Scherzi a parte, quando si parla di di affluenza di pubblico negli anni d’oro bisogna stare molto attenti. Qui a Bolzano, all’inizio degli anni 90, gli anni di Berlusconi nell’hockey, il nuovo Palaonda si riempiva solo per le finali. E questo è accaduto anche nella scorsa stagione (dunque in anni di "vacche magre"), in occasione delle due partite casalinghe con il Renon. In gara 4, in particolare, centinaia di persone sono tornate a casa perché le casse erano chiuse. E dentro, erano in 7 mila 200. Tornando alla sua domanda: sulla visibilità le direi che la risposta sta tutta nell’impegno preso da RAI Sport Più. Campionato, ma anche nazionale e Champions league: credo che ormai ci avviciniamo alle 50 partite trasmesse, e la stagione è ancora lunga. Cosa si vuole di più? Sul pubblico, bisognerebbe riconquistare (parlo di A1) città come Milano e Varese, e magari provare a sfondare a Torino, dove mi risulta che dopo l’Olimpiade la voglia di hockey sia tanta.

HT: Lei ha anche seguito la nazionale italiana nella sfortunata avventura canadese da un palco privilegiato, che giudizio si è fatto di quella nazionale e sul futuro del team?

SB: E’ stato un mondiale negativo sotto tutti i punti di vista, non solo per la retrocessione. Mai vista una nazionale così sfilacciata, incapace di opporsi anche ad avversari (Danimarca, Francia) sulla carta alla portata. Per quanto simile nell’esito, il recente preolimpico di Riga qualche motivo di ottimismo l’ha fornito. I nuovi italo sembrano desiderosi di dare il loro contributo, i giocatori di scuola italiana non hanno sfigurato, Tragust si è rivelato un portiere presentabile anche a livello internazionale. Adesso si tratta di fare una scelta: svanito l’obiettivo Vancouver, bisogna decidere se continuare con l’ossatura attuale (gli over 30 non sono pochi…) oppure se accelerare il ricambio generazionale a costo di posticipare di un anno o due l’assalto alla vittoria nel mondiale di prima divisione. Vista la presenza di tanti "ragazzi dell’89" (Tessari, Bernard, il "canadese" Insam), propenderei per la seconda soluzione. Senza dimenticare che dalla prossima stagione potremo contare sugli italo dell’Asiago (Bellissimo, Borrelli, eccetera).

HT: Tornando all’emittente RAI Sport Più quali sono i programmi dopo la fine del campionato italiano e per la prossima stagione?

SB: Seguiremo i due mondiali, quello di prima divisione con l’Italia e il gruppo A. Per la prossima stagione, l’intenzione è di proseguire il discorso avviato in questo campionato. Una diretta alla settimana e l’appuntamento con il Magazine come punti fermi. Poi, sarà da valutare il discorso champions league: ci sarà anche una squadra italiana e ovviamente faremo di tutto per seguirla quando, nella fase preliminare, entrerà in gioco.

Ringraziamo Stefano Bizzotto per la cortesia e disponibilità.