C’è chi riparte e c’è chi si ferma.

di Cristian

Mancano ormai poche decine di giorni all’inizio della nuova stagione e per qualche illustre protagonista di questo campionato e’ venuto il momento di appendere i pattini al fatidico chiodo. La rinascita della nuova NHL dopo la fine del lockout con importanti cambiamenti sia al regolamento di gioco che nella sua sfera economica, sembrerebbe aver “spaventato” qualche vecchietto di questo sport.
Scott Stevens, nato l’1/04/1964 a Kitchener, Ontario, conclude la sua carriera a 41 anni, 22 dei qual passati sui ghiacci dell’NHL e 3 Stanley Cup vinte con i New Jersey Devils dei quali era il capitano. La sua esperienza professionistica inizia al draft del 1982 quando viene scelto da Washington come quinto assoluto; nel 1990 passa ai St. Louis Blues e la stagione successiva inizia la sua epopea con i Devils. Cinque anni più tardi, nel 1995, vince la sua prima Stanley Cup e nel 2000 arriva la seconda vittoria con la ciliegina del Conn Smythe Trophy come MVP dei playoff. L’ultima Stanley arriva nel 2003 e la stagione successiva sarà l’ultima per il mitico "numero 4" che chiuderà la sua carriera con 222 gol, 804 assist e 2.785 minuti di penalità in 1.868 battaglie disputate e lasciando nei nostri occhi delle cariche frontali indimenticabili sia per noi ma ancora di più per chi le ha subite.

Anche Vincent Damphousse, (Montreal, 17/12/1967) prima scelta di Toronto, sesta assoluta al draft del 1986, dopo 18 anni di NHL passati tra i Maple Leafs, una stagione agli Edmonton Oilers , sei e mezza ai Montreal Canadiens e le ultime cinque stagioni e mezza ai San Josè Sharks, ha deciso di chiamarsi fuori. Esordì contro la squadra della sua città, i Canadiens il 9 ottobre dell’86 ed è proprio a Montreal che ha messo in luce tutto il suo talento rivelandosi uno dei migliori attaccanti della lega mettendo a segno 23 punti in 20 gare nei playoff del 1993 riportando a Montreal quella che è attualmente l’ultima Stanley Cup vinta dai Canadiens. Il suo bottino è composto da 473 gol, 836 assist per un totale di 1309 punti in 1518 partite e in più vanta quattro partecipazioni all’All Star Game.
Allan MacInnis, per gli amici Al o "the Chopper", lascia dopo 23 anni anche a causa di un brutto infortunio di gioco ad un occhio che lo ha tenuto lontano dal ghiaccio per la quasi totalità dei quella che è stata la sua ultima stagione da giocatore professionista. Nato a Inverness (Nova Scotia) l’11/07/1963 vede iniziare la sua carriera con i Calgary Flames che lo scelgono al draft del ‘81 come quindicesimo assoluto; ed è proprio con i Flames che vince la sua unica Stanley Cup nel 1989 detenendo ancora il record di partite giocate (803) e assist (609) con la franchigia dell’Alberta. Nel suo palmares c’è la medaglia d’oro vinta col Canada alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City nel 2002, 13 partecipazioni all’All Star Game, il Conn Smyth Trophy come MVP dei playoff dell’89 e il Norris Memorial Trophy come miglior difensore del’99. Il pauroso slapshot del “numero 2” canadese ha fruttato 379 gol e 1055 assist in 1593 partite disputate.
Infine è arrivato anche il momento di James Patrick, forse il meno famoso dei quattro ma non per questo è da considerare meno importante, anzi, il suo contributo come difensore arcigno (testimoniato dal +104 nel plus/minus) è stato notevole per tutte le squadre con cui ha giocato (NewYork Rangers, Hartford Whalers, Calgary Flames e le ultime 6 stagioni nei Buffalo Sabres) e continuerà ad esserlo perché d’ora in poi allenerà le giovani speranze dei Buffalo Sabres nel farm team dei Rochester Americans. Nato a Winnipeg l’14/06/1963, viene scelto dai Rangers nel draft del 1981 del quale, prima dell’annuncio del suo ritiro, era assieme a MacInnis e Ron Francis l’unico giocatore ancora in attività; questo gli ha permesso di disputare ben 1397 partite totalizzando 677 punti e 845 minunti di penalità. Gli unici suoi traguardi sono le due vittorie col Team Canada alle Canada Cup del 1984 e 1987.
Siamo più che sicuri che non è stata la paura di dover rimettersi in discussione per l’ennesima volta che ha spinto questi grandi campioni a prendere questa sofferta decisione, piuttosto crediamo che essi si sentano appagati per tutto ciò che hanno fatto e, senza rimpianti, vogliano lasciare spazio alle nuove promesse.
Ci sentiamo in dovere di ringraziarli per tutto quello che hanno saputo dare all’hockey.